Bittersweet Symphony

Immagine: Jenny Offill – Sembrava una felicità, NN Editore 2015, 162 pagg., 16€

“Sembrava una felicità” di Jenny Offill è un libro esemplare, che aggiunge qualcosa di nuovo all’orizzonte letterario conosciuto; l’ho letto in una notte, impossibilitato a staccarmi dal quel ritmo dolce/amaro che percorre tutta la storia.


Non si tratta di una canzone dei Verve (seppur attribuita ai Rolling Stones). Si tratta di un libro e di un’autrice americana. Una pubblicazione del 2014 giunta quest’anno in Italia con NN Editore. “Sembrava una felicità” di Jenny Offill si inserisce in un nuovo orizzonte della narrativa americana (da qui, affinità con Ben Lerner), fatto di alcuni ingredienti precisi: elemento autobiografico, citazionismo, brevità, lingua sintetica ma efficace, ironia, dolcezza, amarezza. Come nota la traduttrice Francesca Novajra nel suo commento al termine del libro, Offill ha intessuto un’opera immediata e veloce (il tempo della scena si misura in anni ma le pagine sono 162) che lascia tanto in sospeso, e quindi ti costringe a restare connesso, concentrato, per valutare dove la scrittrice vuole arrivare. Poi perché, sempre restando sulla forma del libro (in questo caso grafica), la sua struttura a brevi paragrafi comporta un’altra costrizione: quella di diventare parte attiva del testo, di fare da collante tra un breve inciso e l’altro, che sia una citazione colta o un’istantanea di vita della protagonista. Questo libro non si molla fino alla fine perché ti mette a lavoro, richiede da parte del lettore uno sforzo critico di interpretazione e talvolta di traduzione, nel senso di tradurre in chiave della storia alcuni passi eruditi ed apparentemente fuori contesto. Per intenderci meglio, “Sembrava una felicità” viaggia su due binari: uno è il racconto (marcato da un’ amara ironia irresistibile) della protagonista, la sua storia di ragazza, di donna, di moglie e di madre; l’altro è qualcosa che ricorrendo al menù principale di un DVD, si chiama “contenuti extra”. Ecco, la Offill ha riempito il testo di contenuti extra: una serie di riferimenti colti intesi non fuori dal testo, perché come detto sono parte integrante di esso, ma intesi come extra-ordinari – straordinari, appunto: straordinari perché rappresentano una marca stilistica unica dell’autrice americana, e poi perché lo sono in senso assoluto, veramente notevoli, talvolta anche stranianti per quanto lasciano incredulo il lettore; si fa fatica a pensare come una frase di Esiodo, un piccolo estratto di un classico greco possa avere un ruolo nel libro pubblicato nel 2014 da una scrittrice del Massachusetts.

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Jenny Offill fotografata da Michael Lionstar

Questi contenuti extra sono una moltitudine di citazioni che provengono da qualsiasi ambito e che Offill propone ovunque, con criterio, nel libro; pullulano paragrafi in cui la scrittrice menziona direttamente una citazione di Kant, Socrate, Keats, T.S. Eliot, oppure la lista di registrazioni di suoni destinati agli alieni qualora invadessero la Terra, barzellette, Wittgenstein, Einstein, curiosità assurde sugli animali, sulla botanica, studi scientifici sulla vita di coppia, numeri di sondaggi e poi ancora una serie di citazioni indirette prese – evidentemente – da documentari o libri storici e sulla natura, detti popolari, slogan televisivi o musicali, Orazio, i filosofi greci, i filosofi moderni, i filosofi contemporanei. Una buona metà del libro è costituita da questa componente. Tengo a sottolineare che nulla è lasciato al caso e che, sebbene vista così sembri un parolibere futurista, in realtà questo zibaldone di citazioni ha una sua perfetta collocazione funzionale nel romanzo.
Romanzo che ha un leitmotiv ben preciso.

C’è una protagonista, non ha nome; lei stessa narra in prima persona e racconta la sua infanzia e adolescenza, in termini brevi; infatti, si passa subito al tempo della giovinezza, degli anni universitari e della voglia di diventare un “mostro dell’arte”. Balza agli occhi che questa voce privilegia nel racconto una seconda persona singolare, un “tu”; Offill non ci fa attendere troppo per capire che questo “tu” è stato di certo l’uomo della narratrice e infatti, avanzando nello zibaldone citazionistico e nella vita della protagonista, la seconda persona scopriamo essere suo marito, nonché padre di sua figlia.
Sua figlia. L’avvento della bambina è un passaggio fondamentale: da quel momento la narratrice/protagonista non è più una giovane studentessa, è diventata una madre, è un’insegnante (credo) di scrittura creativa, è anche scrittrice (un megalomane le commissiona un libro impossibile) e poi è moglie. La piccola famiglia vive a Brooklyn e tutto ruota attorno alla piccoletta (in questo caso, ai contenuti extra si aggiungono anche le parole e le domande tipiche dei bambini); sempre più tempo dedicato a fare la madre, sempre meno tempo a essere moglie. Ed ecco che il narratore cambia. Non è più l’io della protagonista. Il narratore diventa esterno e parla di “lei”, la protagonista smette di narrare e diventa nel racconto “la moglie” e il suo uomo diventa “il marito”, il quale ha perso la testa per una ragazza, “la ragazza”.
Prima dello switch narrativo, il libro sembrava la felicità. Poi quella parentesi di vita si è dimostrata essere una felicità, che la protagonista è stata lieta di raccontare in prima persona; si è tolta poi i panni di narratrice per delegare a una terza persona il compito di parlare dei suoi anni più difficili, dell’idea aleggiante del divorzio, del rapporto cambiato col marito, del costante baratro della depressione.

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R. Ashcroft nel video di “Bittersweet Symphony”

Infine il romanzo conclude tornando alla prima persona; si potrebbe desumere che a questo punto sia iniziata una nuova felicità, anche perché appare un quadretto familiare felice: tornano – almeno all’apparenza – in armonia l’”Io” (la protagonista), il “tu” (suo marito) e la bambina.

Solo che avviene l’ultima citazione indiretta, stavolta materiale. Si tratta della neve, la pagina finale del romanzo di Offill si svuota di ironia ed è coperta di neve. La stessa neve che chiude “The Dubliners”, quella che vede scendere Gabriel Conroy fuori dalla finestra quando ha scoperto il più intimo segreto della moglie Gretta, la stessa neve che ricopre la tomba di Michael Furey; “Aveva ripreso a nevicare” conclude Joyce nell’ultima pagina di The dead; “la neve ricomincia a cadere” conclude Offill nell’ultima pagina di Sembrava una felicità.

È stato il libro dell’anno 2014 per The New York Times Book Review, The Observer e The Guardian – The Times Literary Supplement. E nel 2015 è stato uno dei libri migliori tradotti in Italia.



Di Luca Montesi

 

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